Byung-Chul Han 2. Lo sfruttamento totale

Folla in strada guidata come burattini da cavi digitali collegati agli smartphone e a un circuito nel cielo, simbolo dello sfruttamento totale dell'essere umano.

Byung-Chul Han spiega come i Big Data e la tecnica permettano lo sfruttamento totale dell’essere umano nella società digitale.

Quelli che seguono sono alcuni estratti dell’articolo di Byung-Chul Han, del 2016, dal titolo “Lo sfruttamento totale dell’essere umano”, pubblicato nel volume Perché oggi non è possibile una rivoluzione, edizione nottetempo 2019.

l filosofo parte da un’analisi economica per mostrare come il mercato stia colonizzando ogni istante della nostra vita:

“Il Customer Lifetime Value indica il valore rappresentato da un essere umano per un’azienda nel corso della sua intera vita di cliente. Alla base di questo concetto vi è l’intenzione di convertire la persona, e la sua esistenza, in termini di mercato. L’odierno ipercapitalismo disgrega l’intera esistenza umana in una rete di rapporti commerciali: ormai non esistono ambiti estranei alla mercificazione.”

Secondo Han, questo processo trova nella tecnologia un acceleratore formidabile, capace di catturare dati che prima restavano privati:

“È proprio la crescente digitalizzazione della società a facilitare, amplificare e accelerare lo sfruttamento commerciale della vita umana, subordinando all’economia ambiti vitali finora svincolati. Le aziende globali raccolgono dai nostri comportamenti di consumo lo stato civile, la professione, le preferenze, gli hobby, la situazione abitativa ed economica.”

Questo controllo granulare permette la nascita di quella che Han definisce “psicopolitica digitale”, una forma di sorveglianza che agisce direttamente sulla nostra psiche:

“Big Data rende possibile qualsiasi pronostico circa il comportamento umano e si rivela uno strumento psicopolitico molto efficiente: permette di far breccia nella psiche umana e influenzarla senza che i diretti interessati se ne accorgano. La psicopolitica digitale degrada la persona a oggetto quantificabile e influenzabile e, così facendo, annuncia la fine del libero arbitrio.”

Tuttavia, questa deriva totalitaria non è un’imposizione esterna, ma qualcosa a cui partecipiamo attivamente. È qui che l’analisi si fa più inquietante:

“Nel panottico digitale non siamo solo prigionieri, bensì attivamente carnefici. Contribuiamo in prima persona alla sorveglianza denudandoci e caricando volontariamente in rete tutti i dati relativi ai nostri corpi. Oggi non siamo semplicemente vittime di una sorveglianza statale, bensì elementi attivi del sistema: rinunciamo di proposito agli spazi protettivi e ci esponiamo a reti digitali che ci passano ai raggi X.”

Proprio per questa nostra complicità, Han conclude ricordando l’urgenza di un’azione collettiva:

“La Carta dei Diritti Digitali non basterà di per sé a impedire il totalitarismo dei dati. Bisognerà attuare anche un cambio di mentalità e di coscienza. È di nuovo tempo di organizzare a livello collettivo una forma di resistenza contro l’imminente totalitarismo digitale.”

A questo link alcuni estratti del celebre testo di Byung-Chul Han Perché oggi non è possibile una rivoluzione