I paradossi italiani: aziende più ricche, investimenti in caduta

I paradossi dell'economia italiana.

L’economista Roberto Romano racconta la situazione in cui viviamo, unico grande Paese europeo dove i profitti crescono più dei redditi da lavoro, ma senza tradursi in investimenti adeguati.

Riportiamo e riformuliamo il contenuto dell’articolo di Roberto Romano, pubblicato sul quotidiano Domani il 9 settembre 2024, con il titolo L’eccezione italiana: aziende più ricche e meno investimenti, condividendone il taglio critico: l’economista evidenzia come l’Italia rappresenti un’eccezione nel panorama europeo. «Tra i grandi Paesi UE siamo gli unici in cui i redditi da profitti, in rapporto al Pil, hanno superato quelli da lavoro», ma senza che questo vantaggio si sia tradotto in maggiore innovazione o modernizzazione del sistema produttivo.

Romano parte dal nodo storico del rapporto tra capitale e lavoro, chiedendosi che cosa sia accaduto negli ultimi vent’anni. La contabilità nazionale — sottolinea — permette di seguire il percorso del reddito e capire come viene distribuito tra imprese e lavoratori. Il confronto con Francia, Germania e Spagna mostra che, tra il 2000 e il 2022, l’Italia ha visto indebolirsi la spinta del lavoro come motore dei consumi e degli investimenti futuri. Un fenomeno aggravato da pandemia e guerra in Ucraina.

Profitti alti, investimenti bassi

Secondo l’autore, siamo l’unico grande Paese UE dove il peso del lavoro sul Pil è sceso di più, mentre quello dei profitti ha continuato a salire. Ma il dato più preoccupante è che questi profitti non si trasformano in investimenti: «I livelli di profitto non sembrano aver favorito gli investimenti, che restano inferiori di almeno quattro punti di Pil rispetto agli altri Paesi».

Il risultato è che il Made in Italy appare in declino. Gli investimenti nazionali, ricorda Romano, sono stabilmente sotto la media europea di circa cinque punti di Pil. E se gli investimenti rispecchiano le aspettative degli imprenditori, viene spontanea la domanda: perché le imprese italiane sembrano non voler “giocare all’attacco” nella competizione internazionale?

Un modello produttivo che invecchia

Romano sostiene che il sistema produttivo italiano sia pensato per una domanda interna più statica, meno orientata all’innovazione radicale. Il Made in Italy, spiega, intercetta una domanda sempre più debole, mentre quella globale si sposta su prodotti e servizi ad alto contenuto tecnologico — i terreni su cui le imprese italiane crescono meno.

In questo quadro, destinare meno del 9% del Pil ai salari e oltre il 31% ai redditi da capitale appare un equilibrio squilibrato e poco sano per la crescita. Per l’autore, serve una revisione profonda del modello: «L’attuale specializzazione produttiva sembra ormai residuale», scrive, e solo un deciso rilancio degli investimenti potrebbe riportare l’Italia su traiettorie più dinamiche.