La sinistra non è woke. Riscoprire l’universalismo

Un gruppo eterogeneo di persone in mobilitazione davanti a grandi palazzi, a simboleggiare una sinistra unita contro le derive woke.

La filosofa statunitense Susan Neiman smonta le derive tribaliste per restituire all’area progressista un orizzonte di vera giustizia sociale.

Negli ultimi tempi è stata finalmente messa in discussione la cultura woke, o meglio i suoi eccessi, che però di fatto sono quelli che si sono imposti sia nel dibattito, sia nella realtà in moltissimi contesti. Si è parlato troppo poco di un libro uscito nel 2023, dal titolo molto d’effetto, La sinistra non è woke, che ha anticipato molti dei temi su cui si è dibattuto più recentemente.

L’autrice è Susan Neiman, filosofa statunitense, allieva di John Rawls, e con una lunga carriera universitaria. Il 21 maggio 2025 è apparsa su Repubblica un’intervista a cura di Francesco Bei molto interessante.

Un manifesto per ricostruire la sinistra

Bei, nell’attacco del suo articolo, segnala subito la tesi di fondo dell’autrice: la sinistra woke, nella realtà, appartiene di fatto alla destra e ragiona come la destra. Senza neanche saperlo. Il libro vuole essere “un feroce manifesto contro la cultura woke, un saggio provocatorio per provare a ricostruire un genuino pensiero di sinistra in un mondo che, da Trump a Meloni, sembra andare nella direzione opposta”.

Fin dall’inizio dell’intervista, Neiman dichiara esplicitamente che il suo scopo non sia quello di definire il woke, ma di lavorare sulla sinistra, su cosa sia la sinistra. E va diretta al punto: «Il concetto di woke non è coerente, è basato su un incontro tra emozioni di sinistra e idee reazionarie. Ci sono emozioni tradizionalmente associate alla sinistra, come stare dalla parte degli oppressi, ma questi sentimenti sono contraddetti da un sacco di idee che nei fatti sono molto di destra».

Universalismo contro tribalismo

L’intervistatore la sollecita su quale sia un’idea che appartiene inequivocabilmente alla sinistra. La risposta: «La prima idea in comune a sinistra è l’universalismo, ovvero la certezza che per quante differenze ci siano tra le persone – etniche, sessuali, di linguaggio – c’è una dignità umana di base che condividiamo tutti e che bisogna rispettare».

Destra e woke sono quindi accomunati da un’idea ostile a questo universalismo? «Per la destra tu puoi avere connessioni reali e quindi obblighi morali solo verso i membri della tua tribù. È sempre stata un’idea di destra, ma stranamente il movimento woke l’ha resuscitata e fatta propria. Viene da qui il concetto di appropriazione culturale, ovvero l’idea che una persona bianca non possa scrivere di persone di colore o farci un film. Quindi il primo punto di distinzione è che la sinistra è genuinamente universalista, mentre i woke sono tribalisti, così come la destra».

«Le idee woke vengono quindi dalla destra?», chiede l’intervistatore. E la risposta è netta: «La sorgente è quella. Spesso i woke non ne sono consapevoli, ma stanno formulando idee di destra».

«Ma quando la sinistra ha iniziato a confondersi con i woke?», la sollecita giustamente il giornlista. «Penso che sia tutto iniziato nel 1991, con il collasso del socialismo di Stato. Invece di una discussione su quello che era andato storto con quel sistema, in Occidente prevalse la convinzione che il neoliberismo fosse l’unica strada, perché ogni forma di socialismo avrebbe portato nel peggiore dei casi al gulag e nel migliore agli scaffali dei supermercati vuoti».

Il senso del progresso

La Neiman affronta un’altra idea cardinje del pensiero di sinistra. «Molti woke dicono di agire per il progresso, ma è difficile farlo se pensi che nessun progresso nella storia sia mai avvenuto. Se dici che negli Stati Uniti non è cambiato nulla dai tempi della schiavitù, che siamo rimasti razzisti come allora, questo significa negare il progresso. Attenzione, non sto dicendo che il razzismo non ci sia ancora, è ovvio che c’è, ma è diverso da affermare che non sia cambiato nulla».

Giustizia, potere e ottimismo della volontà

Un ulteriore tema interessante toccato dall’intervista riguarda il rapporto tra giustizia e potere. Il suggerimento contenuto nel libro è di non concentrarsi sulle battaglie legate ai simboli, ma di guardare a chi detiene in questo momento il vero potere, per poi poterlo ridistribuire.

«Naturalmente le corporation tecnologiche hanno un’enorme quantità di potere. Ma il potere oggi è diffuso, è più difficile individuarlo rispetto al tempo in cui c’era un re e lo si poteva abbattere». Tuttavia, «se le persone agiscono insieme in maniera non violenta, possono reagire agli abusi del potere».

Rispetto alle prospettive future, Neiman, pur confermando che sia sempre difficile fare previsioni politiche, ci ricorda che vale sempre la pena applicare un sano principio di Gramsci, quello che chiamava “l’ottimismo della volontà”.