Prigioniera della “trappola della passione”. Io non sono il mio lavoro.

Donna disillusa al lavoro vittima della trappola della passione in un ufficio culturale

Storie di un meccanismo psicologico perverso che serve a sfumare i confini tra vita e lavoro a tutto svantaggio del lavoratore che si illude di realizzarsi pienamente.

Che cos’è la trappola della passione? È un’idea del lavoro fondato sull’amore e la devozione. Una risposta quasi obbligata alla richiesta dispotica di dimostrarsi sempre disponibili, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Francesca Coin, nel suo libro Le grandi dimissioni, spiega che la trappola della passione è dunque il sintomo di una cultura del lavoro che si serve della passione come esca per estorcere una disponibilità completa. Il termine non è dell’autrice, ma è una definizione che si deve a due sociologhe, Annalisa Murgia e Barbara Poggio, che ne hanno parlato in La trappola della passione. Esperienze di precarietà dei giovani high skilled .

Un caso emblematico

La Coin intervista una donna che ha lavorato in un’azienda attiva nel settore culturale editoriale che ben illustra come si concretizzi questa trappola. La logica era chiedere alle partite IVA di dimostrare la stessa devozione al lavoro del dipendente e al dipendente di avere lo stesso spirito autoimprenditoriale degli autonomi.

Nell’intervista spiega: “Per loro (intendendo i datori di lavoro o i padroni, se vogliamo usare le parole per bene. Ndr), per loro il lavoro che facciamo non è lavoro, è un privilegio. E nel momento in cui io mi mettevo a quantificare le ore, per loro diventavo quasi insultante. Dicevano, tu sei qui in una realtà prestigiosa e mi vieni a fare i conti della serva? Sei molto brava, ma il problema è il tuo atteggiamento”. Quindi, prosegue: “Devi essere devota, devi pensare, quando sei lì, mi piace stare al lavoro più di ogni altra cosa. In sostanza, non si cresce dimostrando che fai bene le tue cose, si cresce facendo di più”.

La ragazza chiedendo semplicemente come funzionassero le cose (i suoi diritti e non solo i suoi doveri ndr.), o ponendo domande risultava “disturbante” per i datori di lavoro e le ha impresso lo stigma della rompiscatole ottocentesca, ideologica e di sinistra. Una cosa che l’ha portata, oltre a farla sentire sola, anche spaesata. E tutto questo in una realtà dichiaratamente “di sinistra e femminista”. Eppure…

Fare tardi come status symbol

Nel suo racconto emerge anche la cultura tossica del fare tardi come stile di lavoro (ne abbiamo già parlato qui).

“Io cercavo di uscire puntuale e questa cosa era malvista. Riusciamo a ricomporci sul fatto che non viviamo perennemente in un’emergenza? Che il lavoro si può organizzare? Che non è normale se restiamo tutti al lavoro più del dovuto? Uscire più tardi dava l’immagine della persona devota”.

“Anche chiedere del tempo libero per recuperare le ore lavorate nel weekend era percepito come una richiesta insensata. Una volta ho detto che se io sto via tutto il fine settimana a lavorare, ho bisogno del tempo di recupero. La risposta è stata: fatti aiutare dal tuo compagno”. La Coin spiega che per l’azienda il punto fondamentale era che il lavoro nella cultura in fondo non è un lavoro. Ecco un altro passaggio esemplificativo: “Loro mi dicevano, perché vuoi questo tempo libero che tanto nel tuo tempo libero fai cose simili a quelle che ti chiediamo noi? Non capivano che se c’è un obiettivo, quello è lavoro; se c’è un report da fare quello è lavoro. Poi può essere piacevole, ma rimane che se io vado a un appuntamento di lavoro ho un atteggiamento diverso da quello che ho quando mi faccio i cazzi miei. Non devo prendere appunti, non devo scrivere un report, ho un altro sguardo. Ma è così difficile da capire che c’è differenza tra tempo libero e tempo di lavoro?”

Dallo sconfinamento al passo indietro

La trappola della passione serve appunto a sfumare i confini tra vita e lavoro. La Coin spiega come lo sconfinamento del lavoro nel tempo libero trovi nella passione il suo suadente cavallo di Troia, impercettibile nella sua semplicità, ma totalizzante nei suoi effetti. Trasformare il lavoro in passione, infatti, ne cambia il concetto stesso.

Nel racconto raccolto dalla Coin, descrivere il lavoro come passione consentiva di “far saltare” tutti i paletti. “Una volta ho commentato: ma io vi rispondo alle mail quando sono in ferie, in malattia, fuori orario di lavoro, ci sono, ci sono sempre. E loro hanno risposto: ma per noi questo è scontato. Ma come scontato? Ma se tu non apprezzi quel di più lì, allora io mi devo fermare“.

La Coin nota che questa storia potrebbe poi essere definita di quiet quitting, un tentativo di sottrarsi a questa trappola, attenendosi strettamente ai doveri contrattuali. Come ha scritto Sarah O’Connor, una brillante giornalista del Financial Times, dietro il quiet quitting e le dimissioni silenziose, c’è una concezione malsana del lavoro, creata abilmente per far sì che le persone non si limitino a fare ciò che devono fare, ma vadano oltre. Una cultura dello sconfinamento che, invece di normare, tenta continuamente di eliminare ogni forma di regolamentazione.

Tuttavia, vista da vicino, è forse più corretto parlare di quiet grabbing, ovverosia, un accaparramento da parte del datore/padrone delle capacità lavorative, delle emozioni, del tempo libero e della vita dei sottoposti.

Al massimo siamo un condominio

Come abbiamo già analizzato in altri articoli (ad esempio vedi Le Grandi Dimissioni 4. Un matrimonio infelice) la trappola della passione gioca sui sentimenti. La tecnica? Un tentativo continuo di catturare la vita del lavoratore in un regime di sfruttamento utilizzando l’amore come pretesto. E cosa c’è di più forte che puntare sul concetto di famiglia?

Ancora nel racconto della lavoratrice intervistata: “L’obiezione era che noi non siamo una famiglia, Io credo che al massimo siamo un condominio. L’immagine del condominio dove i datori di lavoro sono degli amministratori, i condòmini hanno dei diritti e dei doveri, poi le porte si chiudono e ognuno si fa i fatti propri. La famiglia è un amore incondizionato. Io non vi do quell’amore incondizionato e anche voi non me lo restituite. Non me lo restituite mai perché se io sono malata ho un’amica che mi porta le medicine a casa, non loro”.

È anche un modo per eliminare sindacalismo e azione collettiva. Angela McRobbie, nel suo testo From Holloway to Hollywood: Happiness at Work in the New Cultural Economy?  spiega che nulla come l’idea del lavoro come passione abbia avuto più successo nel minare il lavoro organizzato e il sindacalismo. Queste concezioni del lavoro sono principalmente forme di deregolamentazione attraverso le quali si legittima un graduale smantellamento del diritto di lavoro, sdoganando una contrattazione individuale che lascia nella realtà le persone in balia della discrezionalità datoriale.

Io non sono il mio lavoro

In conclusione, questo racconto spiega bene cosa il lavoro NON sia. Non è. “Non è un hobby, non è passione, non è realizzazione di sé, non è un privilegio, non è un favore. La società ci ha convinti che il lavoro sia un favore”.

In definitiva cosa significa sottrarsi? Abituarsi al fatto che il lavoro è solo lavoro, non una passione, uno status, uno stile di vita, un’identità. Il lavoro non qualifica la persona.

Io non sono il mio lavoro e il mio lavoro non mi qualifica.