Le identità culturali contano più delle condizioni economiche?

L'identità culturale conta più delle condizioni materiali? Un gruppo di operai in pausa davanti a una fabbrica con manifesti elettorali.

È davvero l’identità il nuovo motore del consenso, al punto da far passare in secondo piano le condizioni economiche, il salario, il welfare e la redistribuzione?

È proprio questa la questione fondamentale posta al centro da Nicola Gennaioli e Guido Tabellini, docenti della Bocconi, in un intervento uscito su Affari & Finanza de La Repubblica il 5 maggio 2025, dal titolo Perché i poveri votano a destra e smettono di chiedere più uguaglianza. Non tutto il contenuto è condivisibile: NoAlternative ritiene che la questione dirimente, senza dover per forza scomodare Marx, resti quella economica, e che le dinamiche sociali e materiali dominino sempre le categorie valoriali. Tuttavia, riteniamo interessante e utile esplorare i contenuti di questo articolo.

Dallo scontro di classe alle guerre culturali

L’analisi dei due autori parte da un paradosso della politica odierna: mentre le disuguaglianze aumentano, la domanda di redistribuzione diminuisce. L’articolo, ricordiamo, è del 2025 e oggi le cose sembrano per fortuna cambiare; Gennaioli e Tabellini sostengono tuttavia che le classi popolari, storicamente legate alla sinistra, votino sempre più a destra (una tendenza ampiamente confermata da diverse analisi). La loro tesi è che le campagne elettorali si vincano ormai attraverso battaglie simboliche su religione, immigrazione e valori tradizionali, piuttosto che su temi materiali come i salari e il welfare.

L’analisi prosegue sostenendo che la polarizzazione politica non ruoti più intorno alla ricchezza, alle tasse o al reddito, e che non siamo più divisi in classi — un’affermazione forte e decisamente discutibile — bensì in identità culturali. Come NoAlternative ci permettiamo di aggiungere che queste due dimensioni non sono necessariamente in contrasto, come invece sembrerebbe emergere da tale asserzione.

Due visioni opposte

In ogni caso, gli autori ritengono che sia proprio su queste identità culturali che si gioca l’attuale partita della democrazia, vedendo contrapposte sul campo due visioni della società: da un lato i “progressisti multiculturali”, dall’altro i conservatori, legati maggiormente alle identità locali e religiose tradizionali. Da questo modello, tratto da un loro studio recente, deriva una chiave di lettura secondo cui le persone scelgono l’identità che avvertono come più rilevante nei conflitti sociali del momento.

Secondo Gennaioli e Tabellini, quando è l’economia a dominare l’agenda ci si divide in classi; quando invece è la cultura a diventare l’elemento saliente — e fanno ovviamente l’esempio dell’immigrazione e dei temi etici — ci si riconosce in gruppi culturali contrapposti. Il posizionamento politico, dunque, non sarebbe altro che una risposta a queste tensioni. Secondo questa prospettiva, gli individui si legano al gruppo verso cui sentono maggiore affinità e che percepiscono in forte contrasto con una fazione avversa. Di conseguenza, chi si identifica come bianco, cristiano e tradizionalista finirebbe per dare meno importanza ai temi economici e della redistribuzione, concentrandosi sulla difesa dei propri valori a prescindere dalla propria condizione di povertà o ricchezza.

La strategia populista del “Noi contro Loro”

A supporto di questa analisi, i due autori fanno riferimento ad alcuni dati di matrice americana, come ad esempio un sondaggio sulla popolazione degli Stati Uniti che mostra effettivamente come la maggioranza degli intervistati non si identifichi più in termini economici, ma culturali. Emerge così che chi si definisce “bianco, cristiano e tradizionalista” risulta più ostile agli immigrati e meno favorevole alla redistribuzione, indipendentemente dal proprio livello di reddito. Su posizioni opposte troviamo invece chi si riconosce in una cultura progressista, secolare e multiculturale, definendosi “cittadino del mondo” e votando di conseguenza.

Si genererebbe, in conclusione, una frattura culturale capace di sovrastare quella economica, spingendo, ad esempio, un operaio precario a sentirsi parte di un’identità conservatrice piuttosto che della sua tradizionale identità di classe. Molti partiti politici — soprattutto le destre populiste — hanno compreso benissimo la portata di questa forza identitaria. Hanno perciò amplificato tutti quegli stereotipi culturali utili a definire il loro “Noi” contro un “Loro”: cittadini contro immigrati, ma anche lavoratore tradizionale contro élite progressista (i cosiddetti “radical chic”, potremmo dire). Una forma di propaganda che punta a radicalizzare le posizioni e il senso di appartenenza.

Puntare maggiormente sulle identità?

In conclusione, i due autori avvertono che non bisogna illudersi che si tratti di un fenomeno esclusivamente statunitense: anche in Europa, allo stesso modo, identità e credenze plasmano il comportamento politico ben oltre gli interessi economici. Sottolineano come la destra guadagni terreno proprio tra chi avrebbe più da perdere sul piano materiale, mentre la sinistra avrebbe sottovalutato il fatto che la cultura possa contare più del reddito. La loro tesi è che finché la sinistra insisterà a parlare solo di disuguaglianze senza affrontare il tema dell’identità, continuerà a perdere consensi proprio tra i suoi ex elettori.

Sulle pagine di NoAlternative sentiamo di non poter condividere questa conclusione, poiché riteniamo che il problema di fondo sia esattamente l’opposto. Come abbiamo più volte ribadito, negli ultimi anni la sinistra ha rincorso fin troppo le questioni identitarie e i diritti delle minoranze — temi ovviamente sacrosanti e da difendere — elevandoli però a causa primaria della propria agenda e dimenticandosi, di fatto, delle condizioni materiali e dell’economia.

Al contrario di quanto teorizzato nello studio, è proprio la ritrovata attenzione alle disuguaglianze economiche che sta finalmente restituendo un’anima alla sinistra, ridando fiato alle battaglie contro le ingiustizie e a un vento che, forse, sta finalmente iniziando a cambiare.

A questo link la sezione Disuguaglianze di NoAlternative