Torniamo a lottare e a sognare, dobbiamo guardare al futuro con ottimismo e con il sorriso, rivendicando con fermezza un mondo più giusto.
Il mondo in cui viviamo, spesso presentato come l’unico ordine possibile, è dominato da enormi disparità economiche. Una società in cui il 5% più ricco detiene il 50% della ricchezza, mentre al 50% più povero restano solo le briciole, è un regime economico ingiusto che prospera sulle disuguaglianze.
Negli ultimi decenni, queste disparità sono cresciute costantemente. Da quando abbiamo interiorizzato il mantra secondo cui questa sarebbe l’unica società possibile, rifiutando ogni idea di “lotta”, di “contrasto” alle ingiustizie o di “tensione” verso un mondo più equo, la nostra realtà è diventata strutturalmente più disuguale.
La rassegnazione come pilastro dell’ingiustizia
Diamo per scontato che lo stato di cose attuale sia una realtà immutabile, priva di alternative. Eppure, dalla Rivoluzione francese in poi, abbiamo alle spalle secoli di battaglie per la libertà, l’uguaglianza, la fraternità e per il miglioramento delle condizioni materiali di vita.
Fino a qualche decennio fa, l’attuale disparità di ricchezza avrebbe suscitato rabbia e una diffusa indignazione. Oggi il malcontento persiste, ma è sommerso dalla rassegnazione e dall’individualismo. La situazione è peggiorata a tal punto che non serve essere radicali per indignarsi: è una questione di buon senso. Il sistema attuale non funziona più per la stragrande maggioranza delle persone e, se lasciato a se stesso, produce mostruosità che devono essere regolate.
Il mito del miglior mondo possibile e il fallimento occidentale
Chi detiene oggi potere e ricchezza è riuscito in un capolavoro ideologico: approfittare del crollo dei regimi dell’Est Europa per far passare l’idea che quel disastro fosse l’unica alternativa possibile. La scelta proposta è stata binaria: o il sistema capitalistico neoliberista o un regime dittatoriale pseudo-egualitario. Questa narrazione della superiorità dell’Occidente si sta rivelando non solo fallimentare, ma ci sta conducendo verso la guerra.
Credere che la società capitalistica sia il migliore dei mondi possibili a prescindere, e che il mercato debba operare senza alcuna regolazione, sono diventati i capisaldi di una fede irrazionale che ha sostituito le vecchie religioni. I dati sulle disuguaglianze smontano questa favola delle pari opportunità. La sinistra moderata, accodandosi a questi miti, ha fallito: la promessa che chiunque possa raggiungere qualsiasi traguardo solo con l’impegno non regge alla prova della realtà. Per uno che ce la fa partendo svantaggiato, infiniti altri non ce la fanno. Perché qualcuno dovrebbe ancora accettare di partire decine di metri dietro gli altri sulla linea di partenza della vita?
Ricostruire un nuovo pensiero
Dopo decenni di ubriacatura neoliberista, è ora di tornare a pensare con ottimismo a un mondo meno ingiusto e disuguale. Non dobbiamo nasconderci la verità: per cambiare la distribuzione della ricchezza servono lotte, interventi politici e il coraggio di colpire interessi potenti che non rinunceranno ai propri privilegi senza opporsi.
Bisogna ricostruire, mattone dopo mattone, un nuovo pensiero e una nuova filosofia. È un lavoro lungo, necessario per tornare a esercitare quell’egemonia culturale di cui parlava Gramsci.
L’ottimismo della volontà contro il privilegio
Senza accorgercene, ci siamo trasformati nei personaggi di “Ho visto un re” di Dario Fo: piangiamo se a un re viene tolto uno dei suoi trentadue castelli o a un ricco tre delle sue trentadue case.
È ora di cambiare il modo di pensare e di tornare a desiderare un mondo migliore. Dobbiamo guardare al futuro con ottimismo e con il sorriso, rivendicando con fermezza un mondo più giusto.
