Il tempo ha confermato i timori: la democrazia, quella «invenzione innaturale», sembra aver esaurito il suo ciclo vitale sotto i colpi di disuguaglianze e nuove ideologie.
“Da tempo questo progetto dà segni di essere arrivato alla fine del suo ciclo.” In un articolo sul quotidiano Domani, Raffaele Simone, riflettendo sulle tesi della sociologa Dominique Schnapper nel saggio Les désillusions de la démocratie, ci ricorda che la democrazia è «il progetto politico più umano e acconcio, malgrado le sue mancanze, che la modernità abbia inventato». Eppure, oggi quella che definisce una «invenzione innaturale» appare sottoposta a uno stress test che ne mette in dubbio la sopravvivenza.
La sintesi in questa pagina è stata fatta con Gemini
I fattori del contrasto
Esistono tre motori silenziosi che stanno smantellando il paradigma democratico. In primo luogo, l’enorme crescita delle disuguaglianze, materializzata da quel ceto sopranazionale dei «superricchi» che urta violentemente con lo spirito di uguaglianza e redistribuzione.
A questo si aggiunge lo spropositato potere finanziario delle multinazionali che, prevalendo sulla sovranità degli Stati, finisce per «autorizzare la gente a pensare che ormai sia inutile votare, perché a governare non sono i governi, ma il grande capitale».
Infine, la pressione dei flussi migratori mette a dura prova i sistemi di welfare, sollecitando oltre misura quello spirito di accoglienza che è alla base delle società aperte.
Le «finzioni vere» e il tramonto dello Stato-provvidenza
Secondo l’analisi di Schnapper, la democrazia non è un ordine naturale, bensì un regime «a-naturale» che si regge su «fragilissime “finzioni vere” (come quelle dell’uguaglianza tra i cittadini e dell’identità tra rappresentanti e rappresentati)». Nel momento in cui queste finzioni vengono incrinate dalla realtà, l’intero edificio rischia il crollo.
Storicamente, l’unico collante capace di tenere insieme queste promesse è stata la redistribuzione della ricchezza, manifestata sotto forma di welfare, o «Stato-provvidenza». Oggi, però, questo modello è “vittima del suo successo”. È sotto l’attacco di un atteggiamento neoliberale che vede nella protezione pubblica l’inizio di una «collettivizzazione abusiva» e il rischio di «affondare nell’assistenza generalizzata». Il risultato è sotto i nostri occhi. Contrazione della sanità pubblica, privatizzazioni e una precarietà lavorativa che alimenta «l’astensionismo elettorale e la crescente diffidenza verso i professionisti della politica».
L’avvento degli «altri» e lo sviamento della democrazia estrema
Questa stratificazione di disillusioni prepara inevitabilmente il terreno all’avvento degli «altri». Forze che promettono di ristabilire il legame tra cittadini e Paese attraverso l’esclusione degli stranieri e la riduzione dello Stato. Ma la minaccia più insidiosa descritta da Schnapper è lo «sviamento delle società democratiche» verso quella che definisce «democrazia estrema».
In questo scenario, la vocazione universale della cittadinanza viene denunciata come «una maschera, o una bugia, destinata a far dimenticare gli imperialismi delle democrazie». È il passaggio al pensiero woke, che rifiuta tutte le distinzioni classiche (tra maschi e femmine, tra pubblico e privato, tra politica e religione) per conservarne solo una: quella tra dominanti e dominati.
È una deriva che, secondo l’autrice, rischia «coi suoi eccessi, di snaturare il progetto di emancipazione» originale e di precipitare il disfacimento definitivo delle società occidentali, sempre più isolate su una scena mondiale dominata da regimi che nutrono un «comune odio per l’Occidente».
