Le Grandi Dimissioni 6. Gli Stati Uniti non sono così lontani…

Interno di un diner americano vuoto al tramonto con bandiera degli Stati Uniti, simbolo della crisi del lavoro e delle Grandi Dimissioni.

Negli USA 50 milioni di dimissioni in un anno. Non è una rivoluzione di giovani viziati, ma una fuga per la sopravvivenza confermata dai dati. Le domande che si pongono loro, sono le stesse che ci poniamo noi.

Prosegue qui l’analisi del saggio Le grandi dimissionii di Francesca Coin, di cui abbiamo già esplorato i concetti chiave dell’introduzione e le radici profonde della grande infedeltà. In questo capitolo, l’autrice si concentra sul caso USA, svelando dinamiche che ci riguardano molto più da vicino di quanto pensiamo.

La Grande Repulsione

«Io non voglio far carriera, voglio stare seduta in veranda».

Questa frase, pronunciata da una donna di nome Becks e riportata dal New York Times nell’agosto 2021, è forse il manifesto più sincero e disarmante di quell’onda anomala che ha travolto il mercato del lavoro americano. Francesca Coin parte da qui, dagli Stati Uniti, per analizzare un fenomeno che ha scardinato le certezze del capitalismo occidentale.

È stato Anthony Klotz, psicologo del lavoro all’University College di Londra, a coniare il termine Great Resignation in un’intervista a Bloomberg del maggio 2021. La sua diagnosi era chiara: lo stress, il burnout e l’esaurimento diffusi nella classe precaria avevano raggiunto il livello di guardia. Ma c’era un elemento scatenante più profondo, quasi filosofico: il contatto con la morte.

Durante la pandemia, la prossimità con la fine ha costretto milioni di persone a porsi domande esistenziali che prima venivano soffocate dalla routine. Ha senso trascorrere diverse ore al giorno nel traffico per andare al lavoro? Ha senso stare più tempo in ufficio che con i propri figli? Ha senso lavorare solo per pagare la macchina che serve per andare al lavoro?

In un articolo del New York Times intitolato The future of work should mean working less, Jonathan Malesic ha raccolto le voci di chi ha risposto “no” a queste domande: «Non tornerò più ad essere l’ultimo genitore che va a prendere suo figlio a scuola», dice Sasha, 42 anni. «Non invierò mai più e-mail di lavoro dopo cena o nei fine settimana», fa eco Philip, 46 anni. «Voglio mettere il lavoro al secondo posto. D’ora in poi io e la mia famiglia veniamo prima di tutto», chiude Jackie, 30 anni.

I numeri dello tsunami

Non sono solo sensazioni, sono numeri strutturali. Negli Stati Uniti 48 milioni di americani hanno lasciato il lavoro nel 2021, polverizzando il record del 2019 (che era inferiore di 6 milioni). Ma non è finita lì: il record è stato superato nuovamente nel 2022, con 50 milioni e mezzo di persone dimissionarie.

Quella che inizialmente sembrava una fiammata temporanea, si è rivelata una tendenza di lungo corso. Lo conferma uno studio del fondo di investimento BlackRock dal titolo After the Great Resignation. Shifting Expectations for Employers (ottobre 2022): il numero di dipendenti che ha lasciato il lavoro in rapporto all’occupazione totale è salito dal 28% nel 2019 al 32,8% nel 2021. Prima della pandemia, il tasso di abbandono fisiologico era fermo al 15%.

Il tradimento dei settori essenziali

Chi se ne va? E perché? I settori più colpiti sono quelli che durante l’emergenza sono stati prima definiti “eroici” e poi trattati come sacrificabili: la ristorazione e il retail.

Il rapporto The Impact of Covid-19 on Restaurants Workers across America del sindacato Roc United dipinge un quadro drammatico: il 95% degli intervistati ha subito una perdita economica e il 91% non ha ricevuto alcuna indennità di rischio. Una persona su dieci ha dovuto lavorare con i sintomi del Covid per paura di ritorsioni o per pura necessità economica. Per milioni di lavoratori è diventato chiaro un concetto brutale: non importa quanti sacrifici fai, alla prima difficoltà il sistema ti sputa fuori.

La situazione è identica nel commercio al dettaglio. Nei supermercati e nelle grandi catene, la gestione della pandemia si riassumeva spesso nella frase: «Indossa la mascherina e non dirlo a nessuno». Secondo un rapporto della società di consulenza McKinsey, nel retail la flessibilità è al primo posto tra i motivi di abbandono. Ma è una flessibilità asimmetrica: richiesta al lavoratore, negata dall’azienda. E la retribuzione è ormai troppo bassa per giustificare il sacrificio.

Se ne vanno i poveri (non i privilegiati)

Qui Francesca Coin smonta uno dei pregiudizi più diffusi sulle Grandi Dimissioni: l’idea che sia un lusso per chi può permetterselo. I dati del Pew Research Center dimostrano l’esatto contrario: la classe precaria a basso salario è la vera protagonista della fuga. Lasciano il lavoro per tre ragioni:

  1. Bassa retribuzione.
  2. Scarse opportunità di carriera.
  3. Sensazione di non essere rispettati.

I laureati sono molto meno propensi a lasciare (13%) rispetto a chi ha un titolo di studio inferiore (22%). Lascia anzitutto chi, al lavoro, sta male. Siamo cresciuti con l’idea che avere un lavoro fosse un “privilegio da onorare”, un’eredità del secolo scorso in cui uno stipendio bastava per affitto e vita dignitosa. Oggi quell’equazione è rotta. Le paghe sono così esigue e i carichi così elevati che c’è chi teme di non riuscire a pagare l’affitto nonostante il lavoro.

La crisi delle vocazioni: insegnanti e scienziati

Il malessere non risparmia i lavori intellettuali o vocazionali. La National Education Association (NEA), il principale sindacato degli insegnanti USA, rileva che il 55% degli iscritti pensa di lasciare l’istruzione. La sintesi è amara: «Non c’è alcuna carenza di insegnanti. Ci sono migliaia di insegnanti qualificati che non insegnano più. C’è carenza di rispetto e di compensi adeguati». Emblematico il caso di un docente a tempo pieno costretto a consegnare pizze la sera per sopravvivere.

Anche l’accademia perde pezzi. Uno studio della rivista Nature segnala che carichi di lavoro schiaccianti e stipendi miseri stanno allontanando dal mondo accademico un quarto degli scienziati a metà carriera.

Lo Smart Working e la sindrome del nido vuoto

Mentre l’Employee Burnout Report segnalava che il 67% dei lavoratori da remoto soffriva di burnout e lavorava più ore rispetto all’ufficio, le aziende hanno reagito nel modo più miope: cercando di limitare lo smart working.

Sandra Burchi sull’argomento ha scritto pagine illuminanti, mostrando le ambivalenze di un regime lavorativo che porta con sé vantaggi evidenti, ma anche sofferenza e solitudine.

È la “sindrome del nido vuoto”: la paura manageriale di non vedere i dipendenti e di perdere il controllo fisico su di loro viene considerata prioritaria rispetto a una flessibilità che, dati alla mano, avrebbe ricadute positive per tutti.

E non è una questione generazionale. Il rapporto BlackRock puntualizza che, contrariamente alle aspettative, i tassi di dimissioni più alti si registrano anche tra i lavoratori più anziani (oltre il 30% per gli over 60).

Perché lasciano? Le 3 ragioni definitive

Un rapporto McKinsey ha sintetizzato in tre parole chiave le ragioni profonde di questo esodo di massa.

  • Sono arrabbiati. I dipendenti hanno visto colleghi licenziati o messi in cassa integrazione senza remore. Chi è rimasto si è sentito risentito per aver dovuto farsi carico del lavoro altrui, spesso senza riconoscimenti.
  • Sono esausti. Il burnout, lo stress e la necessità di cura della famiglia hanno raggiunto livelli insostenibili. La pandemia ha costretto tutti a riflettere sui propri obiettivi di vita e sulla salute mentale.
  • Possono. Questa è la grande novità. Una volta lasciare il lavoro generava ansia; oggi è avere certi lavori a generare ansia. Il costo del cambiamento è diminuito: grazie alla carenza di manodopera e alla diffusione del remoto, i lavoratori sanno di poter trovare un altro impiego ovunque.

È plausibile che la differenza principale rispetto al passato sia proprio questa: il lavoro non è più la soluzione alle preoccupazioni, ma spesso ne è la causa.

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