Una denuncia dell’attuale sistema lavorativo che riduce ogni vita a una forma di schiavitù moderna, stancante e inaccettabile.
Il progetto NoAlternative affonda le sue radici in una domanda apparentemente semplice, ma profondamente sovversiva: perché bisogna per forza lavorare? I passi che seguono, tratti dall’introduzione del volume Ma chi me lo fa fare? di Andrea Colamedici e Maura Gancitano, esplorano il paradosso di una società che ha trasformato un potenziale strumento di emancipazione in una forma di schiavitù pervasiva.
I due autori pongono interrogativi che colpiscono al cuore la nostra quotidianità:
«Perché lavorare deve significare necessariamente soffrire? Quando abbiamo cominciato a cedere gran parte della vita per poi essere troppo stanchi per godercene i frutti? Come facciamo ad accettare così tranquillamente che esista una mostruosa disparità economica nel mondo, che costringe alcune persone a dover faticare centinaia di ore al mese per stipendi da fame mentre altre possiedono patrimoni letteralmente inconcepibili?»
La riflessione si sposta poi sulla rassegnazione collettiva che sembra aver colpito il nostro tempo, dove l’ingiustizia radicale è stata accettata come cardine dell’esistenza. Invece di limitarsi a cercare strategie per “sopravvivere” a ritmi disumani, Colamedici e Gancitano suggeriscono di mettere seriamente in discussione il concetto di lavoro, smascherando la narrazione che lo vorrebbe come un valore assoluto e indiscutibile.
La superstizione del “valore” lavoro
«Che il lavoro sia un valore in sé, infatti, è una forma di superstizione moderna, molto più recente di quanto pensiamo e strettamente legata alla società di mercato. È una storia a cui abbiamo creduto e che sembra assurdo mettere in dubbio, una bugia utile prevalentemente a chi si appropria della fatica altrui.»
Non tutti i lavori nobilitano l’uomo; al contrario, l’attuale imperativo di essere costantemente “imprenditori di se stessi” ci rende doppiamente schiavi, eliminando il confine tra tempo produttivo e tempo della vita. Questa erosione degli spazi e dei tempi ha portato a un burnout di massa, alimentato dalla precarietà e da quella che Zygmunt Bauman ha definito la “cultura della fretta”.
«Per molti lavorare significa cedere gran parte delle giornate in cambio di un salario di sopravvivenza, e la mancanza di senso della vita si è fatta ormai troppo palese. […] Un burnout di massa che pone tutti di fronte ad un bivio: continuare a lavorare come se niente fosse, lasciandosi masticare a oltranza, o ripensare il ruolo, lo spazio e il senso del lavoro nelle nostre vite, senza fretta.»
Riconoscere l’incapacità di questo sistema di garantire la fioritura umana è il primo, fondamentale passo per accorgersi di quanto tutto questo sia inaccettabile. Cominciare a vederlo è l’unico modo per immaginare che cambiare sia, finalmente, possibile.
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