Un viaggio storico per comprendere come il lavoro si sia trasformato da necessità a religione universalmente condivisa, plasmando l’odierna società della performance e del consumo.
Prosegue la pubblicazione di alcuni estratti significativi tratti dal libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano “Ma chi me lo fa fare”. In questo quinto appuntamento, ci immergiamo in un excursus storico per comprendere quando e come il lavoro ha smesso di essere solo un’attività per diventare una vera e propria “teologia” indiscutibile.
Qui una sintesi della loro introduzione al volume.
Alcuni estratti del primo capitolo.
Alcuni estratti del secondo capitolo.
La religione universalmente condivisa
La nostra società è fondata sul lavoro, perché il lavoro sembra avere significato in sé, non importa quale sia e se abbia un fine. Questa “religione del lavoro” è diventata progressivamente indubitabile e universalmente condivisa.
Oggi, chi lavora tanto e si sacrifica – sacrificando il proprio tempo, i propri interessi e le relazioni sociali – è una persona per cui scattano gli applausi, la commozione e una grande compassione. Al contrario, chi si risparmia, chi passa il tempo a “bighellonare” o non usa le proprie capacità a fini produttivi, sta compiendo un vero e proprio peccato sociale.
Ma quando abbiamo iniziato a dare tutta questa importanza all’idea di lavoro?
L’ascesa del lavoro secondo Hannah Arendt
Secondo la filosofa Hannah Arendt, l’ascesa del lavoro come valore centrale è cominciata nel Seicento, quando John Locke ha teorizzato che il lavoro fosse la fonte di ogni proprietà. È proseguita quando Adam Smith ha asserito che il lavoro è fonte di ogni ricchezza, e ha trovato il suo culmine quando Karl Marx ha elaborato un intero sistema basato sul lavoro.
La preoccupazione di Arendt era che, se esiste solo il lavoro inteso come strada per accumulare benessere nel proprio privato, questo rischia di non lasciare spazio a tutto ciò che dà senso alla coesistenza umana.
È innegabile che la sensazione, oggi sempre più presente, sia quella di vivere in un mondo caotico, circondati da persone con cui non si condividono più le premesse fondamentali del vivere comune. Persone interessate esclusivamente a se stesse, al proprio spazio privato, alle proprie credenze e alla conferma delle proprie idee. Del resto, è quello che si fa ogni giorno sui social network: si rovesciano sugli altri le proprie opinioni e le esperienze individuali, senza riuscire a rispettare la molteplicità di vissuti e punti di vista. Se però è facile vedere tutto questo negli altri, è molto più difficile vederlo in se stessi.
La società della performance
Gli stessi Colamedici e Gancitano hanno coniato l’espressione “società della performance“. Con questo termine indicano la spinta a mostrarci sempre attivi e produttivi, l’ansia da prestazione che, unite alla paura di essere dimenticati e alla difficoltà di coltivare spazi vuoti o mettere in pausa il rumore costante, alimentano l’insoddisfazione e la mancanza di senso della vita, creando un circolo vizioso.
La continua produttività e il continuo consumo non danno senso. Al massimo possono offrire un po’ di soddisfazione istantanea e volatile: fai un acquisto online e per un breve momento ti sembra di essere felice, ma poi ritorna quel senso di insoddisfazione. Che fare dunque? La risposta del sistema è ovvia: acquistare qualcos’altro per provare di nuovo un pizzico di contentezza momentanea.
La teologia del lavoro e l’etica protestante
Nel 1905, Max Weber pubblicò L’etica protestante e lo spirito del capitalismo. Nell’Europa del Nord, in epoca moderna, si era creata una congiuntura molto particolare. I calvinisti inglesi – detti puritani dai loro oppositori – erano una classe di artigiani e contadini che stava accumulando capitale e offriva lavoro.
I calvinisti spingevano le persone ad adeguarsi a una disciplina severa. Il lavoro, in particolare, era il mezzo attraverso cui si poteva imparare la disciplina e diventare persone perbene, senza eccessi e “grilli per la testa”. Attraverso il lavoro si poteva dimostrare di saper stare al mondo, e quindi di essere buoni cristiani.
Dal Vangelo del lavoro al Vangelo della ricchezza
Nella prima metà dell’Ottocento, il filosofo scozzese di matrice calvinista Thomas Carlyle elaborò un vero e proprio “Vangelo del lavoro”, sostenendo che esso costituisse l’essenza stessa della vita. Una vita di benessere era destinata a pochi. La maggioranza doveva sviluppare il culto del dolore, saper portare la corona di spine, lavorare con sacrificio e ricordare sempre che da lì sarebbe arrivata la salvezza.
La ragione per cui molte idee economiche sono riuscite ad attecchire così tanto nella società, diventando dogmi, potrebbe dunque essere spiegata – almeno in parte – dal fatto che derivano da idee religiose: l’idea di soffrire oggi per una salvezza e un benessere futuri.
Solo qualche decennio più tardi, intorno al 1890, iniziò a diffondersi quello che Dimitra Doukas e Paul Durrenberg hanno chiamato “Vangelo della ricchezza”. Al contrario del Vangelo del lavoro, questo poneva il profitto al di sopra della fatica. Si trattava della controffensiva culturale di banchieri, borghesi e industriali che intendevano contrastare l’idea che guadagnare senza faticare come un proletario significasse essere moralmente inferiori.
Questo passaggio, sottolineato da molti antropologi, fu quello che traghettò la società del tempo dal produzionismo al consumismo. Una persona ha valore sociale non se sa fare molte cose, ma se è in grado di acquistarle.
