Ma chi me lo fa fare? 2. Il lavoro non ci rende liberi

Pendolare esausto in giacca e cravatta dorme in piedi su un treno affollato, simbolo del lavorismo come religione laica.

Il lavorismo di oggi agisce come una religione laica che sostituisce l’identità, instaurando una tossica sindrome di Stoccolma aziendale.

Prosegue il nostro percorso attraverso le pagine di Ma chi me lo fa fare? di Andrea Colamedici e Maura Gancitano. Dopo aver indagato nel precedente articolo la superstizione del lavoro come valore in sé, pubblico qui alcuni significativi estratti del primo capitolo, provocatoriamente intitolato “Arbeit Macht nicht frei” (Il lavoro non ci rende liberi).

In queste pagine, gli autori smontano la retorica che vede nel lavoro lo scopo ultimo dell’esistenza, analizzando come siamo passati da una disciplina imposta a una volontaria sottomissione.

Come e perché siamo finiti a definire le nostre identità attraverso il lavoro, e a porlo come il fulcro volontario delle nostre esistenze? Perché abbiamo dovuto farne uno strumento legato alla soddisfazione personale e alla liberazione? Perché abbiamo voluto coprire la natura intrinsecamente forzata del lavoro chiamandola invece realizzazione?

«Per la maggior parte della storia umana […] si lavorava per necessità o coercizione, quasi mai per scelta, molto raramente con alacrità, se non sotto lo sguardo dei padroni. In effetti il compito più grande e arduo del primo capitalismo industriale è stato proprio trasformare l’orientamento umano al lavoro, radicato nei ritmi organici delle stagioni, in uno fondato sulla disciplina temporale non umana del regime di fabbrica.»

Oggi, questa disciplina è stata interiorizzata, nonostante la realtà del lavoro sia spesso ben diversa dalla narrazione dominante. Come ha notato il saggista statunitense Robert Anton Wilson, la maggior parte del lavoro nella nostra epoca «consiste in sostanza nel processo agonizzante di annoiarsi a morte per un periodo di circa 40-45 anni di lavoro faticoso».

L’epoca del lavorismo e la sindrome di Stoccolma aziendale

Viviamo nell’epoca del “lavorismo”, un fenomeno che vede persone in pieno burnout fare a gara a chi lavora di più, all’interno di multinazionali che in cambio dello status symbol offrono insensatezza e ipercompetizione. Questo sistema genera quella che gli autori definiscono una sindrome di Stoccolma aziendale.

«La sindrome di Stoccolma aziendale si manifesta attraverso un senso di lealtà e sottomissione ad un’azienda che, sotto le mentite spoglie della famiglia, finisce con il risucchiare tutte le energie, i sogni e le possibilità del dipendente. […] Agiscono in buona sostanza come rapitrici dei lavoratori, non soltanto dal punto di vista delle ore che richiedono ai propri dipendenti, ma anche per la devozione totalizzante che spingono ad assumere.»

In questo contesto, l’assenza di orari si rivela spesso assenza di tutele. E quando il dipendente si sente insoddisfatto nonostante i benefit, scatta l’arma del senso di colpa: «Com’è possibile che nonostante tutti questi benefit tu ti senta insoddisfatto? Ingrato!».

La religione del lavoro: il modello 996

Il lavoro si è trasformato in una fede religiosa perché promette identità, trascendenza e comunità. Jack Ma, fondatore di Alibaba, ne è un convinto sostenitore attraverso il modello 996: lavorare dalle 9 di mattina alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana. Secondo questa visione, chi lavora meno «non assaporerà mai la felicità e la ricompensa del duro lavoro».

Il workism offre l’illusione di un senso attraverso tre pilastri:

  1. Identità: produce una mission che ti dice chi sei e quali obiettivi devi avere.
  2. Trascendenza: ti connette con una vision capace di offrire l’illusione di un senso superiore.
  3. Comunità: genera un “parco fedeli” con cui condividere la relazione tossica.

Il lavoro come fulcro dell’identità

Citando Derek Thompson su The Atlantic, gli autori evidenziano come il workism stia al capitalismo come il cristianesimo è stato all’Impero di Costantino: uno strumento capillare per diffondere il verbo del potere. Siamo stati educati a dover fare della passione una carriera totalizzante, facendo del lavoro non più solo un mezzo economico, ma il fulcro dello scopo della vita.

«Intendiamoci: non c’è alcunché di sbagliato nel lavoro in sé; il problema risiede piuttosto nel fatto che è diventato un’ossessione. […] La narrazione tossica diffusa per la quale sia il lavoro in sé a nobilitare l’umano non fa che produrre ansia e depressione in chi si colpevolizza per non riuscire a santificare la propria opera lavorativa.»

Del lavorismo e dei suoi effetti parliamo anche in: Piccola enciclopedia medica del nuovo millennio. 1 WORKISM


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