Le Grandi Dimissioni 7. Antiwork e antiambizione negli Stati Uniti

Uomo esausto dorme sul volante in una stazione di servizio USA di notte, bandiera americana sullo sfondo.

Tre milioni di americani rifiutano il lavoro. Viaggio nella cultura antiwork: il problema non è la pigrizia, ma i salari non dignitosi.

Prosegue qui l’analisi del caso americano iniziata nel precedente articolo, approfondendo le dinamiche descritte nel saggio Le grandi dimissioni di Francesca Coin.

«Fuck passion, pay me».

Il capitolo si apre con questa citazione secca, tratta da un volume di Helen Petersen. “Al diavolo la passione, pagatemi”. È la sintesi brutale di un cambio di paradigma che Francesca Coin analizza partendo dai dati, per poi scendere nelle viscere del web.

L’autrice parte da un rapporto di Goldman Sachs del 2021, dal titolo emblematico: Why isn’t the Labour Force Recovering? (Perché la forza lavoro non si sta riprendendo?). I numeri sono sorprendenti: 3,4 milioni di adulti over 55 e 800mila persone tra i 25 e i 54 anni sono usciti dalla forza lavoro semplicemente perché non volevano un lavoro. Il dato sconcertante è il saldo finale: sommando i giovani usciti dal mercato, chi non vuole un lavoro e chi ha smesso di cercarlo, si ottiene una cifra nettamente superiore a quella di chi un lavoro lo sta effettivamente cercando.

Non è un fenomeno temporaneo. È il segnale che stili di vita e preferenze sono cambiati radicalmente dopo un anno e mezzo di pandemia.

Una nuova mentalità

Per capire cosa passa nella testa di questi milioni di persone, Francesca Coin usa come “termometro” sociale la bacheca r/antiwork di Reddit. È uno spazio di discussione anonimo, dichiaratamente “di sinistra anticapitalista”, che vuole l’abolizione del lavoro o quantomeno ne mette in discussione i costi umani.

r/antiwork scandisce una trasformazione radicale nel modo di intendere il lavoro. Un esempio perfetto di questa nuova mentalità è in questo scambio su Twitter riportato da Kat Cosgrove:

«Ho lavorato 90 ore a settimana, distrutto il mio matrimonio, non ho potuto veder crescere i miei figli ma, ehi, abbiamo creato un prodotto importante». «Ah, bene, ma almeno sei ricca, adesso». «Oh, no no no no, ma sono felice di aver reso ricche altre persone».

Storie come queste iniziano dalle esperienze personali per creare riflessioni collettive. Di fatto, r/antiwork è l’archivio digitale di chi si dimette dopo anni di sfruttamento cinico. Racconta l’impatto dannoso che un lavoro dequalificato, sottopagato, precario e afflitto da una cultura tossica ha sulla salute mentale. È la presa di coscienza di un dato macroeconomico: negli ultimi 40 anni i salari sono aumentati del 5%, mentre i profitti aziendali sono centuplicati.

Si scopre così che il luogo di lavoro è diventato uno spazio di abusi, dove la mancanza di reciprocità è la norma: Datrice di lavoro: «Il salario non sarà buono all’inizio, le va bene?» Lavoratrice: «La mia performance non sarà buona finché anche il salario non lo sarà, a lei va bene?»

Non è più accettabile

Siamo di fronte a un fenomeno collettivo teso a rinegoziare il confine tra ciò che è lecito e ciò che non lo è più. La lista di ciò che oggi viene rifiutato è lunga e dolorosa:

  • Non è più accettabile lavorare 60 ore alla settimana e non riuscire a pagare l’affitto.
  • Non è accettabile che i compensi scendano mentre i profitti aumentano di continuo.
  • Non è accettabile lavorare a tempo pieno e non potersi permettere una casa, l’istruzione e le cure sanitarie.
  • Non è accettabile scambiare il tempo libero per una forma gratuita di reperibilità.
  • Non è accettabile passare più tempo sul lavoro che in famiglia, nel traffico che con i figli.

E soprattutto, non è più accettabile sacrificarsi per un sistema che ti fa rimettere soldi di tasca tua. Un utente su Reddit ha raccontato la sua esperienza con Uber Eats mentre cercava lavoro: «Ho guidato per 4 ore. Dopo 8 consegne ho guadagnato ben 30,97$. Ho fatto il pieno per tornare a casa: 30,60$. Quattro ore della mia vita per 37 centesimi. E tenendo conto della svalutazione dell’auto, ci ho rimesso. Fanculo a queste stronzate della gig economy».

Rispetto agli anni Settanta, quando si lavorava per comprarsi una casa, oggi bisogna avere più impieghi solo per pagare l’affitto. La disposizione al sacrificio è crollata perché è venuta meno la contropartita: oggi non è raro ritrovarsi poveri nonostante il lavoro.

L’era dell’antiambizione

In troppi casi, sacrificarsi non serve a niente. Per Noreen Malone, le Grandi Dimissioni segnano l’ingresso nell’era dell’antiambizione: quel processo che induce le persone a rapportarsi al lavoro come un semplice mezzo per pagare le bollette, non come un’identità.

È qui che nasce il concetto di Quiet Quitting: la decisione di fare il minimo indispensabile. Per Francesca Coin la definizione è controversa: considerare come una forma di “abbandono” (quitting) il fatto di limitarsi a fare ciò che è previsto dal contratto è assurdo, perché sottintende che sia normale eccedere gli obblighi gratuitamente. Eppure, in una cultura basata sulla devozione totale, trattare il lavoro “solo come un lavoro” è considerato un affronto, un atto di insubordinazione, quasi uno scandalo.

La sintesi migliore l’ha fatta l’ex segretario americano del Lavoro, Robert Reich: «È sbagliato parlare di carenza di lavoro. C’è una carenza di salari adeguati, di tutele, di riconoscimento economico, professionale e sociale. In assenza di queste condizioni, la classe precaria non tornerà a lavorare».


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