La sinistra smetta di avere paura e riscopra l’allegria: solo così può costruire una società davvero sicura e felice.
In ideale continuità con il metodo di indagine del suo saggio “La manomissione delle parole”, riprendiamo un’analisi di Gianrico Carofiglio, da La Repubblica del 14 giugno 2025. Lo scrittore dedica la sua attenzione a due parole chiave che raramente avevamo trovato legate tra loro: sicurezza e felicità. Un punto di vista originale in cui l’autore le intreccia, per spiegare perché debbano tornare a essere fondamentali per la sinistra.
L’analisi di Carofiglio parte dalla parola sicurezza. «C’è una parola che negli ultimi decenni è stata sequestrata dal libero dibattito pubblico, diventando ostaggio della propaganda di destra. E quella parola è sicurezza». A forza di sentirla urlata nei comizi del peggior populismo, usata come un’arma di divisione e paura, nel tempo i progressisti hanno perso di vista il significato autentico e originale di questa parola. La vivono oggi come una specie di senso di colpa. O non la citano o stanno in silenzio.
L’autore cita a supporto il fatto che la narrativa portata avanti dalla destra parli continuamente di invasione, di città allo sbando e di violenza fuori controllo, quando tutti i dati e le statistiche dichiarano invece che i reati violenti sono da decenni in continua diminuzione.
Tuttavia, Carofiglio nota che il senso di insicurezza avvertito dai cittadini è reale e quindi va compreso, va rispettato e non bisogna trattarlo con sufficienza. L’autore dice che ad esso vanno date risposte basate sulla comprensione delle sue vere ragioni, che sono diverse da quelle manipolatorie e populiste della destra.
L’insicurezza dipende dall’ingiustizia sociale
A questo punto l’autore va al centro dell’analisi. Quali sono invece le cause profonde dell’insicurezza? Stanno «nelle amministrazioni malfunzionanti, nella sanità sempre più inefficiente e iniqua, nella precarietà del lavoro e delle pensioni, nel logoramento del welfare, nell’ascensore sociale del tutto inceppato, nella giustizia spesso iniqua, nelle periferie invisibili, nella crisi climatica».
E prosegue. «Sicurezza è sapere che tuo figlio può andare a scuola senza essere rinchiuso in un edificio che cade a pezzi. È sapere che un genitore anziano può camminare per strada senza timore. Ed è poter vivere con retribuzioni adeguate senza essere schiacciati da un imprevisto, da una malattia, da un affitto impossibile da pagare. Sicurezza è un quartiere illuminato e munito di servizi, una casa protetta, un sistema sanitario che funziona».
Insomma, e qui arriviamo al centro dell’analisi, non c’è sicurezza senza giustizia sociale. O, detto in altri termini, gran parte del senso di insicurezza individuale e collettivo nasce dall’ingiustizia sociale.
Nessuna indulgenza
Carofiglio ci riporta anche, in ogni caso, all’idea che bisogna evitare l’equivoco che la sicurezza sia però solo questo, “solo” servizi pubblici, uguaglianza e coesione sociale. Tutto fondamentale, certamente, ma la sicurezza è anche difesa dal crimine. Perché, come spiega l’autore, proteggere i cittadini e le cittadine da furti, rapine e aggressioni è un dovere democratico. Ed è sbagliato, profondamente sbagliato, minimizzare queste questioni per paura di sembrare autoritari, perché essere di sinistra, bisogna ricordarlo, non significa essere indulgenti con chi viola la legge. Né voltarsi dall’altra parte quando le persone subiscono violenza e sono sottoposte a paure che limitano la loro libertà e la loro dignità.
Anzi, bisogna pretendere e garantire risposte serie e proporzionate (a differenza, comunque, di quelle propagandistiche, ridicole e grottesche della destra), con una giustizia funzionante e che non dipenda da demagogia e incompetenza.
La questione della felicità
A questo punto, Carofiglio fa un salto e nota come un’altra parola che è stata manomessa o oggetto di appropriazione indebita – un altro fondamentale concetto che resta fuori dalla “costellazione ideale progressista”, dal lessico e dalla discussione politica della sinistra – sia quella di felicità. Come fa notare, in molti pensano che parlarne sia quasi un atto di naiveté politica. E invece, osserva che se la politica non serve almeno in parte, a rendere più felici le persone, a cosa serve?
Felicità, ovviamente, non nel senso di appagamento permanente, banale o evasione; è più semplicemente la cosa più importante: la possibilità di una vita degna, avere tempo, avere legami, poter scegliere. È una forma di quieta pienezza, magari intermittente ma possibile, e che matura con il senso di comunità.
In conclusione… «Una sinistra che non si pone la questione della felicità concreta, praticabile, umana, non retorica, ha smesso di parlare davvero alle persone e rischia di ridursi a una cupa burocrazia del risentimento». Forse sono pochi a pensarla così, nota l’autore, ma le rivoluzioni e i grandi cambiamenti spesso sono cominciati da piccoli gruppi.
Per cambiare le cose serve che la cupezza non sia considerata una virtù politica; al contrario, serve una riserva di allegria.
