Ma chi me lo fa fare? 4. All’assalto del sonno

Una persona a letto di notte, illuminata dallo smartphone, simbolo della resistenza all’assalto del sonno.

Dormire oggi rappresenta il solo modo per proteggere il proprio tempo da un sistema che vuole rubarci il sonno.

Prosegue il nostro viaggio all’interno del libro di Andrea Colamedici e Maura Gancitano, “Ma chi me lo fa fare”. Dopo aver analizzato l’obbligo sociale di mostrarsi sempre impegnati, entriamo in una dimensione ancora più intima e biologica: il modo in cui il sistema produttivo odierno sta colonizzando il nostro riposo e i nostri spazi vuoti.

La noia come ingrediente creativo

Oggi viviamo in uno stato di iperattenzione che ci illude di essere attivi, ma che in realtà ci svuota. Al contrario, il pensiero ha bisogno di pause. Come spiegano gli autori:

«La creatività e l’estro hanno bisogno di spazi vuoti per manifestarsi. La noia è un ingrediente essenziale del processo creativo: è quel momento in cui il tempo può dilatarsi e si può fare l’esperienza del vuoto, senza cadere nell’intrattenimento superficiale.»

Abbiamo sviluppato una tolleranza minima per la noia, vedendola solo come un freno da combattere. Invece, essa è fondamentale per passare dall’iperattenzione frenetica all’attenzione contemplativa, l’unica capace di rigenerarci davvero e proteggerci dal burnout.

Il sonno: l’ultimo argine al mercato

Il sistema in cui siamo immersi vede nel riposo un ostacolo. Celebre è la dichiarazione del CEO di Netflix nel 2017: «Il nostro competitor è, in sostanza, il sonno. E stiamo vincendo noi».

Il sonno, infatti, rappresenta l’ultima frontiera non ancora del tutto mercificata. Gli autori citano il il critico d’arte e saggista Jonathan Cray in 24/7, che nel suo Il capitalismo all’assalto del sonno scrive:

«Il sonno è l’ultimo argine a un mercato senza soste: dormire significa non consumare. Significa non lasciarsi sottrarre la risorsa più importante a nostra disposizione: il tempo e quindi la nostra attenzione.»

Dormire diventa così un vero e proprio atto di resistenza. Eppure, lo facciamo con un crescente senso di colpa, quasi fossimo dei “perdenti” che sprecano tempo prezioso che potrebbe essere dedicato al lavoro o al consumo.

La “vendetta” del sonno: la ribellione notturna

Questa pressione genera fenomeni paradossali come la revenge bedtime procrastination (la procrastinazione della buonanotte per vendetta). C’è chi sceglie di andare a letto il più tardi possibile per riprendersi un po’ di quel tempo che, durante il giorno, è appartenuto solo al lavoro.

Viene citato il caso di un lavoratore cinese che definì questo comportamento un atto di ribellione: per rispetto verso se stesso, non poteva andare a dormire subito dopo il lavoro, perché solo restando sveglio sentiva di “tornare a se stesso”. È una forma di resistenza disperata, poiché a pagarne le conseguenze fisiche è la persona stessa, in un mondo-macchina che si muove molto più velocemente di quanto sia umanamente possibile.

Il Burnout non è una colpa individuale

Infine, il capitolo affronta il tema del burnout. Spesso questa sindrome viene liquidata come un problema personale di soggetti “deboli” che non reggono lo stress. Il problema in questo modo sembra essere solo una questione personale, che magari tocca soggetti deboli che non riescono a fare i conti con la vita adulta.

Nel giugno 2019 sulle pagine del New York Times, lo psichiatra americano Richard A. Friedman ha scritto: “Se quasi tutti soffrono di burnout, il concetto perde di ogni credibilità”. I casi di burnout reali sono in realtà rarissimi: tutto il resto è semplice “stress e disagio quotidiano”.

Seguendo questa prospettiva Colamedici e Gancitano concludono:

«Il burnout è principalmente un problema sistemico globale. Se uno spazio è inquinato, la colpa della malattia non può essere del malato. Allo stesso modo, se il mondo del lavoro è inquinato, non si può colpevolizzare chi non regge la tensione e lo stress.»

In una società dove tutto è diventato lavoro — compreso l’intrattenimento e la cura dei social — la soglia di stress che giudichiamo accettabile sta crescendo inesorabilmente, portandoci a considerare normale vivere in uno stato di ansia perenne.


CONTINUA: Ma chi me lo fa fare? 5. Alle origini del lavorismo