Cinque milioni di disoccupati e aziende senza personale. L’anomalia italiana: pretendere gratitudine per un lavoro che spesso non garantisce nemmeno la sopravvivenza.
Torniamo in Europa dopo il viaggio negli Stati Uniti, riprendendo il filo dell’analisi iniziata con l’introduzione sulla fine della fedeltà aziendale. In questo capitolo, sempre guidati dai dati del saggio Le grandi dimissioni di Francesca Coin, affrontiamo il paradosso di casa nostra, quella che possiamo definire la vera anomalia del mercato del lavoro in Italia..
Quando si parla di lavoro in Italia, il punto di vista dell’offerta non viene mai preso in considerazione. L’idea di fondo, radicata nella nostra cultura, è che il lavoro vada accettato con entusiasmo e gratitudine, a prescindere da tutto il resto. Il fatto che sia pagato poco, che sia in nero (o “grigio”), o che non consenta una vera indipendenza economica e abitativa, è considerato irrilevante.
La semplificazione politica e mediatica ha creato una dicotomia tossica: da un lato l’imprenditore “eroe”, a cui nessuno ha mai regalato nulla e che si è spaccato la schiena; dall’altro una massa di perdigiorno che non ha voglia di fare nulla, nonostante il “buon cuore” di chi offre loro un’opportunità. La sintesi perfetta di questo pensiero è nelle parole di Flavio Briatore: «Non ho mai visto un povero creare posti di lavoro, ma invece di ringraziare ti rompono il cazzo».
Lavorare gratis (per i like)
Che la situazione nel dibattito italiano sia sfuggita di mano lo sappiamo da tempo. Basti ricordare un caso emblematico del 2015: l’accordo tra Expo Spa e i sindacati confederali per “assumere” 18.500 volontari. L’obiettivo? Farli lavorare gratis. La giustificazione? Si suggeriva che questo avrebbe dato loro la possibilità di «stringere nuove amicizie», «ascoltare 50 lingue», «essere taggati in centinaia di fotografie» e «avere tanti Mi piace».
L’idea di fondo è che il lavoro sia sempre una fortuna, anche quando è privo di retribuzione. Per anni la creazione di un modello produttivo fondato sulla precarietà e lo smantellamento dei diritti ha sedotto la politica più di quanto l’abbia preoccupata. L’abbattimento delle tutele conquistate nel Novecento è stato venduto come un’opportunità per creare occupazione e ridurre l’eccessiva rigidità del mercato.
Lode della flessibilità
Dagli anni Ottanta in poi, la priorità in Italia non è stata risolvere problemi strutturali come paghe da fame, turni massacranti o lavoro nero. La priorità è stata la flessibilità: permettere alle aziende di attrarre personale all’occorrenza per dismetterlo quando non serve più. Bisognava allontanare il ricordo del “posto fisso”, visto dalle imprese come una rigidità inutile.
Il lavoro ha smesso di essere un diritto o un dovere: è diventato un dono, un favore che le aziende facevano a chi lavorava. Di conseguenza, l’esitazione ad accettare un impiego – a qualsiasi condizione – viene oggi percepita come un mistero insondabile.
Nasce qui la narrazione colpevolizzante contro i Millennial, accusati di essere una generazione pigra, choosy e poco propensa al sacrificio. E fioriscono le leggende metropolitane, come quella dei rider felici di «percorrere cento km al giorno in bicicletta, arrivando a guadagnare 4000 euro al mese». Storie spesso smentite dai fatti, ma funzionali a lodare il sacrificio, la durezza della vita e l’umiltà di chi dà il massimo nonostante lo sfruttamento.
La conclusione ci porta dritti al cuore del problema, al titolo di questo articolo. L’anomalia del mercato del lavoro in Italia è lo strano caso di un paese nel quale ci sono circa 5 milioni di persone disoccupate e scoraggiate e, nonostante questo, interi settori si dichiarano incapaci di reperire personale.
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