«Ehi, mia madre è morta oggi». «Mi spiace. Vieni domani?

Schermo smartphone al buio con chat di lavoro insensibile sulla morte della madre.

Quando l’amore per il lavoro diventa nausea (“the ick”), dimettersi non è rassegnazione ma un divorzio inevitabile.

«Ehi, mia madre è morta oggi». «Mi spiace. Vieni domani?

Questi non sono casi limite. Sono la goccia che ha fatto traboccare il vaso per milioni di persone, il momento esatto in cui l’amore per l’azienda diventa nausea.

Concludiamo l’analisi del saggio di Francesca Coin arrivando al punto di rottura definitivo. In inglese esiste un termine preciso per questo: “the ick”. È la sindrome da repulsione improvvisa, l’attimo in cui tutto ciò che prima attraeva, di colpo genera rigetto.

È successo anche con il lavoro salariato. La pandemia e l’insensibilità manageriale (come quella del messaggio qui sopra) hanno svelato che l’amore, nel contesto lavorativo, è spesso solo uno strumento di cattura. Non un rapporto di reciprocità, ma uno squilibrio dove il sacrificio di una parte serve ai profitti dell’altra.

La conclusione di Francesca Coin è netta e potente:

Le dimissioni non nascono dalla rassegnazione. Raccontano, al contrario, di un processo affermativo con il quale la classe precaria rivendica la fedeltà ai propri valori più profondi.

La scelta di andarsene non è una resa. È un divorzio inevitabile, animato dalla consapevolezza che in quella relazione non c’è più niente da salvare.

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