Le Grandi Dimissioni 4. Un matrimonio infelice

Dipendente solitario sotto uno striscione aziendale "We are family", simbolo della retorica del lavoro come matrimonio.

Come la retorica della “grande famiglia” ha sostituito i diritti, trasformando il lavoro in un matrimonio tossico.

Continua il nostro viaggio nel saggio di Francesca Coin. Dopo aver esplorato la storia dell’infedeltà lavorativa, in questo quarto capitolo entriamo nel cuore della manipolazione psicologica: quando le aziende hanno smesso di pagare bene, hanno iniziato a chiedere amore.

L’aspetto più interessante del dibattito sulla fedeltà riguarda ciò che è accaduto nell’ultimo trentennio. Mentre venivano smantellate le forme di retribuzione che garantivano la stabilità, la letteratura sulle risorse umane ha cercato di compensare questo vuoto con un’abbondanza di riferimenti affettivi.

La parola “impegno” è diventata improvvisamente sinonimo di matrimonio o di fidanzamento con il lavoro. È nato così l’employee engagement, un concetto introdotto da William A. Kahn nell’articolo Psychological conditions of personal engagement and disengagement at work del 1990 per descrivere il processo capace di «imbrigliare l’identità delle persone nel proprio ruolo produttivo, con la speranza che questa si appaghi attraverso il lavoro».

Quando sono venute a mancare le garanzie dell’epoca fordista, le aziende si sono chieste come trattenere i dipendenti in mancanza di un adeguato riconoscimento economico. La risposta è stata trasformare il rapporto professionale in una relazione sentimentale: bisognava avere persone “sposate” con il lavoro, completamente devote.

“Se catturate il cuore…”

Per indurre i lavoratori ad amare la propria attività, le aziende hanno iniziato a corteggiarli. Come ha scritto Jim Harris, uno dei principali consulenti d’impresa del Nordamerica: «Se catturate il cuore, avrete catturato il dipendente».

Negli ultimi trent’anni, il messaggio è stato univoco: convincere i lavoratori a sposare l’impresa. E se il budget manca? «Non puoi pagare i tuoi dipendenti quanto vorresti? Fagli i complimenti», titolava un articolo su CBS News.

La logica è cinica, come conferma il consulente Bob Nelson: i complimenti «sono il più potente motore di rendimento che l’umanità conosca. Che si tratti di un dipendente o di un coniuge, quando si elogia qualcuno si ottiene di più di quello che si vuole». Un dipendente “innamorato” o “fidanzato” con l’azienda, infatti, è disponibile a fare sempre qualcosa in più, anche gratis.

La trappola della “Grande Famiglia”

Qui entra in gioco la retorica più insidiosa: «siamo una grande famiglia». Quando un familiare ha bisogno, ci si attiva subito. Secondo questa logica, i dipendenti dovrebbero essere devoti e adoperarsi per l’azienda persino quando non viene loro chiesto.

Ma come spiega Alison Green sul New York Times, questa espressione nasconde una fregatura: «L’espressione “siamo una famiglia” tende a essere usata in modi che per i lavoratori sono svantaggiosi. Significa “ci aspettiamo che tu ci sia fedele anche se non necessariamente ricambieremo la tua fedeltà”. Oppure: “Ci aspettiamo che lavoriate molte ore, che accettiate una paga più bassa e che non vi lamentiate della cattiva gestione perché, ehi, siamo una famiglia e chiedere un aumento o un orario flessibile significherebbe che non siete un giocatore di squadra”».

Rob Goffee e Gareth Jones hanno osservato nel loro testo The character of a corporation che dietro questa pratica si annida «il tentativo di estendere gli orari di lavoro oltre i limiti pattuiti; l’aspettativa che cadano tutte le barriere tra lavoro e vita privata». Il risultato? Quella che Joshua Luna sulla Harvard Business Review definisce una cultura dagli effetti tossici: «Quando i dipendenti lavorano con questa mentalità, è solo questione di tempo prima che le prestazioni e la produttività calino a causa del burnout».

Un bottino aziendale

La coesistenza di amore e precarietà si è rivelata una miscela esplosiva. Descrivere il lavoro come una passione o un matrimonio serve a falcidiare le regole. Interi settori si reggono oggi solo sulla “dedizione”, mentre subiscono tagli all’organico ed esternalizzazioni.

Come evidenziano Samuele Cavalli, Spartaco Greppi e Christian Marazzi nel loro testo La gratuità si paga, il personale è esposto a continui sconfinamenti. Ore di straordinario non pagate, pause tagliate e reperibilità costante si trasformano in un vero e proprio «bottino aziendale».

Siamo di fronte a un matrimonio infelice, dove il sentimento viene usato per estrarre valore. Perché, come scriveva Sarah Jaffe in Il lavoro non ti ama, l’amore per il lavoro sposta pericolosamente la «linea di demarcazione tra ciò che pensiamo debba essere fatto per amore e ciò che pensiamo debba essere fatto per denaro».

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