Flessibilità e senso del controllo personale: la cosiddetta generazione playlist chiede al lavoro di allinearsi ai propri valori profondi.
Anche se è passato del tempo, vale la pena riprendere un interessante articolo del 16 novembre 2022 di Gillian Tett, editorialista del Financial Times, che ha una formazione di studi antropologici (quanto segue è tratto da Francesca Coin Le Grandi dimissioni, a cui abbiamo dedicato molto spazio sul sito).https://en.wikipedia.org/wiki/Gillian_Tett
Tett rispetto alle nuove generazioni scrive: “Il denaro è un problema, ma non è certo l’unico. Anche la significatività del lavoro e l’adeguatezza della flessibilità su questioni come il lavoro da remoto sono in primo piano. La chiave è il senso del controllo personale, sia per definire come e dove si svolge il lavoro, sia per definire come questo si allinei con i valori personali dei lavoratori”.
Per Tett quindi, dietro le grandi dimissioni c’è sì una questione economica, ma anche un radicale disallineamento valoriale.
La tecnologia, il consumismo e la profilazione degli utenti negli anni hanno abituato le nuove generazioni a personalizzare tutto, dai programmi di viaggio alla musica che ascoltiamo, diffondendo l’abitudine a modellare le cose a nostro piacimento invece di farci adattare a un pacchetto preimpostato.
Tett definisce i millennial la generazione playlist, abituata a plasmare il mondo alle proprie esigenze ben più di quanto sia disposta ad adattarsi a quelle altrui. Non sorprende che questo si stia trasmettendo anche nell’atteggiamento verso il lavoro, scrive la giornalista.
Una testimonianza
Nella sua analisi Francesca Coin cita anche il caso di una donna da lei intervistata che lavora nel mondo della grande distribuzione.
La Coin segnala come per questa ragazza gli orari invalidanti, la pretesa di dedicare tutto il proprio tempo al lavoro siano richieste irricevibili.
E cita espressamente “Il problema loro, inteso in questo caso dei capi, è che non stanno al passo coi tempi. Le esigenze sono cambiate. Se glielo dici ti rispondono che quando loro lavoravano lì 30 anni fa iniziavano alle 6:00 di mattina e finivano alle 23:00. Però a me, francamente, di quello che facevano loro non interessa un cazzo”.
La conclusione della Coin è che la società non le domandava solo di fare il proprio lavoro, ma di essere ciò che le veniva chiesto.
