Perché l’idea che il lavoro debba essere una passione è un costrutto funzionale al profitto che finisce per giustificare precarietà, bassi salari e burnout.
È questa la soluzione per vivere bene? Per non sentirsi sfruttati? O è anche questo un’idea che è diffusa per convincere le persone che lavorare è bello e dà soddisfazione anche quando le paghe sono basse, le mansioni poco stimolanti e il contesto deprimente?
Di questi temi si sono occupati Andrea Colamedici e Maura Gancitano nel loro volume “Ma chi me lo fa fare” a cui abbiamo già dato molto spazio.
Una sintesi della loro introduzione al volume: Perchè bisogna lavorare?
Alcuni estratti del primo capitolo. Il lavoro non ci rende liberi.
Alcuni estratti del secondo capitolo. Bisogna mostrarsi sempre impegnati.
Qui alcuni estratti del terzo capitolo. Alle origini del lavorismo
In questo articolo estrapolo alcuni passaggi significativi del capitolo 4, intitolato in maniera efficace…“Scegli un lavoro che ami, e lavorerai ogni singolo giorno della tua vita”.
Il segreto di Pulcinella dei social network
“Fare soldi spiegando alla gente come fare soldi rappresenta uno dei lavori più diffusi sui social network- esordiscono i due autori. – Ostentano un vertiginoso tenore di vita e ti promettono di spiegarti come hanno fatto”. Per poi spiegare quello che definiscono essere un segreto di Pulcinella: “il modo migliore di fare soldi online è trovare qualcun altro a cui vendere l’idea di poter fare soldi online”.
“Quando parlano di sé, in genere dicono di fare tutto e niente, e di divertirsi tantissimo – proseguono – Lavorano tutto il giorno ma sono sempre in vacanza. Amano il loro lavoro”
“È chiaro che questo modo d comunicare se stessi cerca di innescare invidia e desiderio: bisogna mostrarsi cool perché si guadagna bene, perché ci si diverte. (…) Il tratto distintivo è l’ostentazione: è fondamentale vantarsi dei risultati raggiunti, della rete di relazioni acquisita e degli oggetti ottenuti”.
Gli autori riportano alcune frasi esemplificative di un cosiddetto imprenditore digitale che ben esemplificano il concetto. Dice “La verità è che non lavoro mai o forse lavoro anche quando dormo. (…) perché quello che faccio mi appassiona (…) capirai di essere sulla strada giusta e avrai successo in quello che fai quando non senti che ti pesa. Le persone che ottengono grandi risultati sono appassionate”.
Il privilegio del sogno e la “pena della fortuna”
Da qui alcune riflessioni necessarie. “Ma quante persone hanno davvero il privilegio di poter fare per lavoro esclusivamente quello che amano? Pochissimi.
E queste pochissime (…) vengono usate (e spesso usano se stesse) per spiegare alla stragrande maggioranza restante che sì, è possibile trovare il lavoro dei sogni, basta impegnarsi al massimo e fare come hanno fatto loro. Cosa del tutto falsa, ma che tiene in piedi l’enorme mercato delle esche-promesse”.
Il punto è che fare quello che ami non è affatto la panacea di tutti i mali. Anzi: in particolar modo negli ambienti creativi e culturali, l’idea di svolgere un buon lavoro è vista come una colpa da espiare (…), ad esempio, attraverso una mole disumana di ore che gli si dedica, attraverso il sorriso e la gratitudine obbligatorie, attraverso la rinuncia a tutele, protezioni e assistenze.
In breve, se è un buon lavoro, devi ritenerti fortunato. Ergo, devi scontare la pena della fortuna.
Senza considerare che “anche un lavoro che si ama può essere faticoso e stressante. Che si può persino arrivare ad odiare un lavoro amato”.
Romanticismo e passione: la trappola capitalistica
Per concludere la loro analisi Colamedici e Gancitano citano due sociologi. La prima è Erin A. Cech che ha spiegato come questa idea di dover amare il proprio lavoro sia in sostanza una “trappola capitalistica”, un invito onnipresente come alternativa al “lavorare solo per fare soldi”.
Uno dei limiti di questo modo di pensare è l’assunto che per forza ognuno debba avere una “passione-guida”, ma le cose non stanno così per la maggior parte delle persone.
“Oggi non possiamo chiedere al lavoro di offrire tutto il senso della vita. Non possiamo pretendere che definisca la nostra identità”.
L’altro sociologo citato è Cal Newport, il quale esprime la sua contrarietà all’idea di seguire una propria passione, suggerendo invece l’idea che il segreto per avere successo e soddisfazione lavorativa consista invece nello sviluppare le proprie competenze e diventare esperti nel proprio campo. Newport sottolinea anche che le passioni possano essere un principio guida errato perché cambiano col tempo e perché non tutte sono trasformabili in lavori remunerativi.
Il lavoro non ti ama (non è un buon investimento emotivo)
L’ultima autrice citata è Sarah Jaffe con il suo Il lavoro non ti ama (già presente nella nostra bibliografia e citato anche da Francesca Coin nel suo saggio su Le grandi dimissioni).
Il saggio evidenzia i sistemi attraverso cui il lavoro ci rende esausti, sfruttati e soli, evidenziando come l’adorazione del lavoro ci costringa poi in una condizione di sfruttamento e isolamento.
Colamedici e Gancitano si concentrano in particolare sulla parte del lavoro della Jaffe sull’amore non ricambiato.
- Il lavoro non restituisce l’amore, ossia non risponde con la stessa moneta all’offerta amorosa compiuta da chi lavora. Il tuo lavoro non ti ama quanto e come lo ami tu: non è un buon investimento emotivo perché non c’è reciprocità possibile.
- Il lavoro non ti ricambierà nemmeno in futuro. Quindi l’invito è di evitare, da subito, di disperdere energie preziose nell’offrire la propria devozione a un pozzo senza fondo.
“Oggi siamo esauriti, in burnout, sommersi di lavoro, sottopagati, e tutto questo rende impossibile conciliare il lavoro con la vita privata; eppure, ci viene costantemente ripetuto che è dal lavoro che passano la nostra realizzazione, le nostre soddisfazioni, il nostro orizzonte di senso, la nostra stessa felicità”.
In conclusione, “l’idea che il lavoro si debba amare non è qualcosa di naturale, ma un costrutto culturale e sociale funzionale al captale, che estrae profitto dall’idea diffusa” secondo cui “se stai facendo quello che ami, non stai mica lavorando!“.
Perché lavorare è spiacevole; se è piacevole, allora non è lavoro. Ergo, posso pagarti pochissimo o non pagarti affatto.
